Ci è voluto del tempo per riflettere su quale sia stato il mio più significante fallimento finora. Ogni giorno trovo un insuccesso diverso e non arrivo mai al dunque della questione. Ho deciso quindi che oggi, giornata di successi in un certo senso, avrei scritto del primo fallimento che mi fosse venuto in mente.
Uno dei motivi per cui oggi mi ritrovo a scrivere è sicuramente il fatto di sentirmi sola, con un sacco di dolore da esternare attraverso le parole che affido solitamente al mio diario e occasionalmente su questo blog. Mi sono resa conto che la solitudine che provo me la sono imposta da sola. Il mio più grande fallimento è stato quello di lasciare che le parole degli altri scalfissero la mia armatura e penetrassero nella carne viva. Questo ha provocato in me uno sconforto tale non solo da riparare e rafforzare l'armatura, ma di costruire intorno a me un castello con tanto di fossato e mura protettive intorno ad esso. Mi sono barricata in me stessa e mi sono persa nel labirinto che serviva a far disperdere i miei "nemici".
Solo oggi mi rendo conto di quanto perdere certe battaglie fosse importante. Confrontarsi con l'avversario, colpire e farsi colpire, talvolta soccombere, sono tutti eventi necessari per prepararsi allo scontro successivo e infine, un giorno, vincere la guerra.
Lasciandomi influenzare (e forse è questa la mia colpa - ma può una ragazzina di 12 anni avere colpa di ciò?) non ho fatto esperienze che ora ritengo fossero fondamentali per la mia crescita personale. Con le persone "normali" mi comporto in modo troppo strano, quando invece sono tra gli "strani" non sono troppo strana. Non mi trovo quindi a mio agio con nessuno, se non nella mia solitudine, la quale però mi soffoca spesso tra le sue braccia. Non riesco a rapportarmi perchè non ho mai avuto esperienze decisive che mi insegnassero a farlo, e ora mi ritrovo ad avere una costante paura di relazionarmi e il terrore di non farlo.
In conclusione, uno dei miei fallimenti più significativi (oltre a quello di non essere una brava persona) è quello di essermi rintanata e barricata nel mio castello di solitudine, dove nulla può entrare e nulla, io compresa, non può uscire.
Spero di poter cambiare questa narrativa un giorno, senza abbandonare le parole, ma anzi sfruttandole sempre di più.
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